La danza espressiva

E’ una metodologia pedagogica rivolta a bambini e adolescenti che si basa sulla libera espressione e su un approccio creativo al movimento. La dimensione del gioco è l’aspetto fondamentale poiché consente al bambino di abbandonarsi alla scoperta del suo corpo in maniera libera e spontanea, al di là di strutture e passi codificati e al di là del giudizio. Si aprono per lui, infinite possibilità di movimento in relazione allo spazio, che può essere abitato in modi diversi e che generare storie diverse.

Sin dall’infanzia la danza è quasi naturale nei bambini, in modo spontaneo loro esplorano lo spazio con tutto il corpo: a gattoni, strisciando, facendo dei salti, arrampicandosi, afferrando, questa spontaneità è la base attraverso cui imparare a conoscere il corpo e a riconoscere le emozioni. Il bambino è invitato ad esplorare attraverso l’incoraggiamento dell’educatore alla fantasia: attraverso storie ispirate ai temi della natura, degli animali, colori, suoni e ritmi della musica. Queste storie e le emozioni che suscitano, prendono vita nel corpo attraverso la danza creando un’immediatezza espressiva, non filtrata dalle parole. Si creano così occasioni di condivisione e benessere spontanei, sia motori che intellettivi che facilitano e integrano l’apprendimento: non si comprende solo con il pensiero ma anche con il corpo.

Il ruolo dell’educatore
L’educatore della danza espressiva non cerca di insegnare una tecnica codificata, non ci sono parametri di “giusto” o “sbagliato”, né canoni di “bello” o “brutto”, piuttosto egli crea le condizioni per il bambino di esplorare e sperimentarsi in libertà in maniere serena. Questo processo è sostenuto dall’incoraggiamento allo sviluppo del talento del singolo attraverso l’osservazione di ciò che accade spontaneamente. Non ci sono coreografie confezionate, le danze emergono sempre dalle improvvisazioni dei bambini che vengono guidati a riconoscere il valore del proprio modo di sentire e interpretare le emozioni, la realtà e la fantasia. 

Un altro aspetto fondamentale è l’auto osservazione a cui il bambino viene istruito fin da piccolo e all’osservazione dell’altro da sé. Per quanto riguarda l’aspetto creativo, il bambino si avvale della tecnica dell’improvvisazione: l’educatore dà qualche elemento, un tracciato che può essere di vario genere: dall’esplorazione di un ritmo musicale, all’elaborazione di un’emozione, ad un aspetto prettamente cinestetico, sul quale il bambino può spaziare autonomamente. Questo permette un’immersione e un coinvolgimento tale da condurre il bambino a sviluppare la concentrazione poiché i suggerimenti dell’insegnante sono finalizzati ad un compito da realizzare (per esempio creare un pattern di movimenti, o giochi di riconoscimento-mimo). L’elemento della spontaneità non è da sottovalutare perché stimola il bambino a sviluppare l’interesse e la motivazione poiché parte da sé stesso sorprendendosi di ciò che trova. L’apprendimento si avvale quindi della scoperta e della sorpresa, in questo modo il bambino è il principale protagonista del processo, è coinvolto e si sperimenta in prima persona.

L’osservazione e l’autenticità
Attraverso l’improvvisazione, il bambino fin da piccolo è guidato a creare, quindi a prendere parte attiva nel processo di scoperta e conoscenza di sé. Per mezzo della relazione con l’altro inoltre può confrontarsi e capire fin da piccolo il valore della diversità. Ognuno ha il proprio talento e la propria lettura del mondo, la propria, unica capacità di sentire. Il confronto e la relazione con l’altro nel contesto creato dall’educatore, al di là delle categorie di giudizio e canoni estetici, direziona il percorso educativo-espressivo nella ricerca dell’autenticità. Una danza non dev’essere bella, dev’essere vera. Deve partire dall’autentico vissuto del bambino, dalla sua esperienza nel corpo e in ultimo dalla sua urgenza espressiva. Da qui poi il lavoro si apre ad una conoscenza più approfondita che potrà essere esplorata man mano che il bambino cresce, nel percorso del laboratorio filosofico e della meditazione.

Una lezione tipo
Si inizia con la proposta di giochi ed esercizi in cui il bambino è introdotto agli elementi base della motricità, sarà guidato un riscaldamento in cui vengono proposti esercizi base di danza e yoga, es. gli animali: posture statiche o dinamiche che imitano le movenze animali; Si sviluppa in una seconda parte più dinamica dedicata alla danza e all’improvvisazione esplorando lo spazio, es. il gioco dei livelli: rotolamenti a terra, movimenti a gattoni e in piedi e con percorsi di movimento libero supportati dall’uso delle immagini, dall’ascolto musicale e/o dagli oggetti; Si conclude con il rilassamento, esercizi di respiro e/o di manipolazione del corpo dell’altro: come una marionetta, come uno strumento musicale, come un oggetto in cui scoprire gli snodi,.. parte fondamentale in cui si sperimenta il contatto con l’altro e si prende confidenza con la struttura corporea.

Riepilogo degli obiettivi
Avvicinare alla consapevolezza corporea e ai principi base della motricità. Attraverso il gioco e i momenti d’improvvisazione, il bambino abita uno spazio di benessere e libertà nuovo in cui vivere l’esperienza di apprendimento. Comincia a visualizzare le parti del corpo, la sua struttura, le possibilità che ha di muoversi, al di là di quelle usuali. Inizia a capire il valore della coordinazione, imparando progressivamente ad organizzarsi in funzione del movimento. Sperimenta, ricerca le possibilità cinetiche, impara ad usare diverse coordinate di riferimento e livelli, sfruttando la terra come supporto per spostarsi da un lato all’altro della stanza, strisciando come un serpente o rotolando come una pietra da una collina. Inventa combinazioni dinamiche per esplorare il mondo a testa in giù, trasformandosi in una cavalletta o in forme geometriche.

Fornire gli elementi base sulla relazione con lo spazio. Il movimento si agisce tra lo spazio personale e lo spazio dell’altro, come occupare lo spazio? Verrà data particolare importanza all’apprendimento della facoltà di “ascoltare” questa relazione. Lo spazio diventa lo scenario di avventure, si anima e colora di elementi che suscitano una storia narrata dal movimento. Uno spazio dedicato all’esplorazione, in cui rotolarsi strisciare, diventare animali o acqua che scorre, in cui il corpo assume forme diverse e nascono danze. Lo spazio è abitato da altri animali, corpi che danzano, come mi relaziono a loro? Il rispetto dello spazio degli altri e lo spazio condivisibile.

Imparare a riconoscere e a sviluppare il ritmo. Quello interno del respiro, quello del gruppo e quello della musica, come questi si combinano insieme alla danza. Un ritmo può avere una tonalità, un’intensità, può veicolare sensazioni ed emozioni, può dare luogo ad una danza scatenata o trasportarci in una giungla. Ed è il ritmo che genera la danza o la danza che si adegua al ritmo? Come interpretare la musica e come rendere una pausa? Il corpo si congela e resta sospeso oppure si culla tra le note di un pianoforte, rimbalza al suono di una chitarra o si dimena a quello di un tamburo.

Sviluppare la memoria e la capacità di imitazione. Gli esercizi saranno ripetuti in ciascuna lezione, seppur subendo variazioni e arricchimenti, in modo da favorirne l’apprendimento e la memoria. È importante che i bambini imparino a riconoscere le posizioni e i giochi proposti, questo allena l’intelligenza corporea e la capacità di discernimento. Inoltre è fondamentale per stimolare alla precisione nell’osservazione, comprendendo che il linguaggio della danza, nonostante la libertà espressiva, richiede un codice come qualunque altro linguaggio che ne consente la comprensibilità e la funzionalità. Questo conferisce rigore alla pratica, un ritmo e una struttura di riferimento che delimita i confini tra gioco e lavoro.

Incoraggiare alla creativitàImprovvisando, inventando figure, immagini, dandogli voce con le movenze, tutto può prendere forma, tutto diventa possibile. La danza così intesa, libera dalle strutture del senso e dà spazio all’interiorità, alla fantasia, nutrendo la componente espressiva del bambino che non deve possedere un particolare talento per poter danzare. Incoraggiare alla creatività genera fiducia in sé stessi, poiché i bambini si sentono liberi e dunque capaci di sperimentare autonomamente. Inoltre produce un momento di benessere in cui perdersi nel gioco e insieme imparare.

Accrescere l’autostima e la fiducia in sé e nell’altroAcquisendo una maggiore familiarità col proprio corpo, i bambini migliorano il rapporto con loro stessi. Inoltre i momenti di libertà espressiva con il gruppo, rappresentano uno spazio di condivisione e di esperienza che consolida il senso di appartenenza e la fiducia nell’altro. L’importanza della libera espressione attraverso la danza sta proprio nel fatto che ogni danza porta con sé l’intimo di ciascuno e quest’immediatezza comunica senza filtri e avvicina. Nei momenti di improvvisazione ciascuno può osservare e riconoscersi nell’altro, compartecipando all’esperienza espressiva e raccontando qualcosa di suo.

Laboratori attivi di danza espressiva
Dal 25 settembre 2017 lunedì 17.30-19.00 (6-11 anni) presso Associazione Rosencrantz&Guildenstern.
Dal 2 ottobre 2017 venerdì 17.00-18.15 (3-6 anni) presso Centro Soma.

Sede dei corsi:
Associazione Rosencrantz&Guildenstern, via G. Dagnini, 16/2 – Bologna
Centro Soma, Piazza Santo Stefano, 15 – Bologna
Info e prenotazioni:
348/12020025

www.educazionecreativa.it

 

L’urgenza, il sentire che muove

I progetti più grandi nascono da un’urgenza.

Un’urgenza nasce da un sentire di necessità che poggia su un’accurata riflessione criticaUn’accurata riflessione critica nasce dal riconoscimento e dalla frequentazione di un sentire di fondo che che ci tiene vivi, per cui vale la pena vivere e che vogliamo capire. Questo sentire di fondo necessita il corpo e necessita una rete di significati che possano accoglierlo ed elaborarlo in maniera convincente e che non lasci spazio a dubbi e perplessità.

E’ questo sentire che alimenta il nostro interesse, è il propulsore della scoperta, della ricerca che compiamo ad ogni istante, della nascita stessa delle domande che siamo in grado di farci, è la spinta a trovare la lettura più corrispondente alla natura delle cose.

Tuttavia sarebbe ingenuo pensare che questa natura fenomenica, non sia in dialogo con la nostra stessa capacità di vedere, con il nostro bagaglio culturale, educativo e soprattutto non possiamo ignorare il fatto fondamentale: la ricerca è mossa da una domanda ben precisa, che anche se non consapevole, ci spinge senza sosta e chiede di essere risolta.

Diventa cruciale nella riflessione allora porsi in dialogo con sé stessi, un dialogo intimo ed onesto e chiederci sulla motivazione che ci muove e che sembra indicarci una direzione. Cos’è che ci muove dunque? Cosa sto cercando? Poiché solo definendo precisamente e chiaramente tale questione, saprò di avere o non avere trovato l’oggetto della ricerca.

Le motivazioni possono essere svariate: riconoscimenti, gratificazioni, bisogno di controllo, comprensione fenomenica, ricerca di significato, necessità di verità, bisogno di prestigio, potere, sollievo dall’angoscia, …

Che cosa davvero mi spinge? Per che cosa vale davvero la pena cercare e dunque vivere, poiché cos’è vivere se non questa tensione sentita e sofferta che cerca di capire e di spiegarsi, nei termini più disparati, della sua esperienza?

Se tale questione non viene affrontata come preambolo necessario e culturalmente imprescindibile per l’adultità, allora a mio avviso si sta girando a vuoto, si inseguono fuochi fatui, si è in preda al sensismo e al nichilismo in una sorta di atteggiamento di sordità e superficialità nei confronti delle questioni fondamentali. Questo ahimè l’atteggiamento generalizzato del nostro secolo in cui l’indagine filosofica in prima persona, la questione etica e la morale sono diventate chimere, valori e prassi dimenticate, arretrate. Il disagio si pone solo in termini di malattia o di problema da eliminare, da sedare, trattato in terapia psicologica o semplicemente ignorato dal paradigma del modello scientifico tecnologico dominante.

E dunque per cosa vale la pena vivere? E’possibile sviscerarsi e sviscerare la questione fondamentale così che accada di trovare inaspettatamente un terreno su cui poggiare, valori a cui sentire di dovere fedeltà, ideali che si fondano su una corrispondenza di azioni pratiche e concrete di un retto agire quotidianoSentirsi investiti da questa urgenza, che ti costringe e non somiglia più ad una volontà (e questo è sorprendente!), a metterti al servizio di essa e di fare, concretamente ciò che il sentire fondamentale ti chiede?

Come capire
le modalità di  mettersi in dialogo intimo con tale sentire da riconoscerlo nel corpo e nei significati, fino ad intuirne e comprenderne profondamente l’aspetto etico e di fedeltà che chiede in ultimo all’agire?

Questo dovrebbe essere 
il vero progetto culturale a cui ambire, che poggi sulla retta motivazione, che poggi sul retto sentire compreso e riconosciuto come tale, sviscerato dalla volontà.

Questo è a mio avviso il compito dell’educazione: 
formare individui che possano contribuire al miglioramento dell’umanità, grazie al miglioramento su loro stessi.

L’educazione è il cancro della cultura

Ci risiamo, scaricata due volte in un mese perché chiedevo che i miei diritti di lavoratrice, educatrice fossero tutelati e garantiti. Perché, diversamente dalla maggior parte delle persone, non mi presto più allo sfruttamento perché i miei valori sono più preziosi dello stipendio facile, perché so che questa tensione e senso di ingiustizia non fa bene a me e ricadrebbe sul bambino-ragazzo del quale mi occuperei, con conseguenze fallimentari sulla sua crescita e apprendimento.

Sono così arrabbiata e frustrata che non so con chi prendermela, perché qui sarebbe di scendere in piazza e fare una rivoluzione, ma una rivoluzione per chi? e con chi?

Qui mi sembra di essere un alieno perché credo che bisogna rifiutare il lavoro in nero e pretendere tutela, pretendere di rispettare il proprio diritto ad essere ammalati e ad essere sostenuti se non si può lavorare, diritto ad essere sostenuti a fare una famiglia e alla maternità, diritto ai contributi perché non si può lavorare tutta la vita, diritto alle ferie, perché è necessario rigenerarsi senza avere l’acqua alla gola di non star guadagnando. Ma sono una voce che urla e finisce ai margini perché c’è sempre chi è disposto o forse più disperato, che accetta, accetta lo sfruttamento per soldi facili e veloci, senza garanzie. Ma chi chiedo, che garanzie può dare una persona così, che esperienza ha e che valori lo sostengono? Ma soprattutto mi chiedo, perché deve occuparsi del delicato tema dell’educazione, di formare un bambino, ragazzo, senza competenze né vero interesse, nel momento più delicato e prezioso della sua storia? perché i genitori lo consentono?

Perché la nostra è una società che non si fonda sulla cultura, ma sul denaro e in base a questo stabilisce i valori che la muovono. Sono allibita e nauseata di quest’Italia che procede verso il degrado culturale, verso l’annichilimento delle coscienze e del pensiero che si incrosta e smette di stimolare il senso critico, perché non si hanno opinioni personali, non si prende mai parte attiva, si evitano gli schieramenti, siamo solo in grado di andare avanti per consuetudini e timori talmente incorporati, che ci muovono inconsapevolmente nel mondo.

E’ successo ancora stamattina, ormai i rapporti di lavoro viaggiano sulle chat, facebook, wap, non esistono più i colloqui di persona, ci sono solo dati, messaggini, emoticon, nemmeno le telefonate, prendono troppo tempo, anche se si tratta di valutare l’educatore per il proprio figlio. Lo si fa tramite wap: ci sei alle mie condizioni? si, bene, preso!

Ancora una volta (due in questo mese) di una mamma che mi scarica perché le chiedo di essere pagata il giusto o di essere messa in regola, ho una laurea, competenze, esperienza lavorative, eppure ha vinto il denaro: meglio la studentessa che lo fa per 8 euro l’ora in nero.  Ma questa è prassi, normalità soprattutto nel settore educazione, andare al risparmio è il valore piuttosto che cercare la qualità e la continuità di una persona competente.

Questo perché la cultura è temuta, non è richiesta perché se si attivasse quella facoltà chiamata pensiero pensante, ragionamento, critica oggi giorno, si dovrebbe rivoluzionare il sistema, oppure si resterebbe ai margini, isolati e chi è disposto a ciò? e anche chi può permetterselo? O un rivoluzionario o un eroe, perché se ormai i termini sono cultura e sopravvivenza, si sceglie la seconda, chi è che sceglie i propri valori pur di morire di fame? solo uno sciocco. Invito ad una riflessione su tale questione, a mio avviso cruciale, perché a causa di questo atteggiamento dell’italiano medio, questo paese è diventato quello che è, ha smesso di credere e di credersi, è incancrenito e sta regredendo ad una miseria culturale che non siam più degni di essere pensati come individui.

L’individuo dei tempi della filosofia si interrogava e utilizzava le sue facoltà, conosceva sé stesso, l’individuo era il valore come la cultura. Oggi siamo noi stessi a sfruttare noi stessi, senza nemmeno la consapevolezza, o gli strumenti. Semplicemente ci sottoponiamo volontariamente allo sfruttamento, perché non sappiamo più pensare, formarci un’opinione, stiamo attraversando una tale crisi di valori che non abbiamo i mezzi per reagire. Non ci sono alternative, la creatività è bandita, è superflua, perdiamo tempo, non si guadagna niente, perciò tiriamo avanti, e per timore ci ingoiamo le frustrazioni e gli abusi perché è prassi del sistema socio politico culturale in cui viviamo, perché si fa così, non sappiamo dare una spiegazione valida, convincente, si fa così e basta.

E questo essere umano per me non è degno di essere chiamato tale, poiché ha smesso di coltivarsi come tale, non sa chi è, cosa significa pensare, cosa significa essere uomo, non si interroga, solo sopravvive o meglio resta in vita aspettando la morte, non contribuisce al miglioramento della società, pensa in termini estremamente personali, a come sopravvivere lui stesso. Insomma è stremato, non può dedicarsi alla riflessione, non ha il tempo, non ha l’atteggiamento giusto, è spaventato. Che posto ha dunque la cultura in tutto questo? 

Dove è finito l’uomo?

In questo periodo in cui mi ritrovo a sfogliare diversi manuali di sociologia, antropologia, psicologia,.. imbatto nel pensiero occidentale chiarendone sempre più le fondamenta. Si evince nella storia dell’uomo una regolarità indiscutibile: la ricerca di comprensione del mondo e la ricerca di comprensione di sé stesso inserito nell’esperienza del mondo.

In tutte le discipline e correnti di pensiero, l’essere umano ha sempre tentato di tematizzare l’esperienza, di narrarla nei termini più precisi e convincenti possibili e lo ha fatto seppur con diversi metodi e credenze, sempre mosso dalla medesima spinta, il bisogno di capire che nasce dall’intima mancanza di comprensione e dalla sofferenza che questa condizione originaria genera.

Tuttavia se nei primordi della cosiddetta civiltà, questo problema cercava soluzione nei termini della filosofia, progressivamente con l’avvento dell’epoca moderna e con la svolta decisiva a favore della scienza, l’indagine ha cambiato completamente registro e si è imposta oggi ignorando ed escludendo da sé stessa, quelle tematiche che non potevamo essere oggetto di riflessione (meglio dire oggi di studio) attraverso il metodo ormai vigente, quello scientifico. Se le domande sul senso dell’esistenza e sui temi salienti di cui si occupava la riflessione filosofica come l’indagine sui significati quali uomo, vita, morte, mondo, pensiero, conoscenza, sentimento, etc. sono svanite dal nostro contesto culturale, allora dov’è finito l’uomo? 

L’uomo oscilla tra il puro nichilismo e il relativismo assoluto, tra la tecnologia che ne anestetizza il pensiero e il sentimento alla mercificazione di sé stesso e dei rapporti sociali. L’uomo è diventato un surrogato della politica, dell’economia, della tecnologia. L’uomo, colui che era inteso come individuo capace di pensiero e di indagine filosofica, si è estinto, è considerato oggi un ingombrante peso perché non rientra nelle dinamiche economiche vigenti, nei meccanismi tecnologici, non può essere studiato in termini di misura, classificazione, è una variabile troppo amorfa per sottostare al controllo e alle teorie, si ribellerebbe.

L’uomo capace di pensiero e con pensiero intendo il pensiero fondamentale sull’uomo, (…l’indagine sui significati quali uomo, vita, morte, mondo, pensiero, conoscenza, sentimento, etc.) non può essere inglobato nel sistema in cui viviamo poiché il paradigma culturale dominante, quello scientifico-tecnologico, non contempla per suo statuto tale tipo di pensiero e dunque di riflessione (vedi Franco Bertossa e la riflessione filosofica nel dialogo con la scienza). Perciò il contesto culturale di matrice tecnologico scientifica in cui viviamo non se ne occupa e questo in realtà è un bene, è un bene che la scienza riconosca di non avere alcuna validità nell’indagine filosofica, ma mi chiedo dove sia finita la controparte?

Dove, in quale ambito di riflessione e in quale campo di indagine in Occidente, allora esplorare tale natura umana, tale pensiero, il senso dell’essere, la questione filosofica nel nostro secolo, nel secolo della tecnologia e dell’economia, della scienza e della fine dei valori religiosi e in gran parte anche morali, dove? e poi come?

Questo è un secolo spento i cui protagonisti non sono soggetti pensanti, esseri umani, piuttosto individui anestetizzati che non avvertono nemmeno più quella sofferenza che si riconduce alla mancanza di comprensione originaria, perché la ignorano, non sanno che c’è e non sanno individuarla. La sofferenza è intesa nei termini meccanicistici, è curabile con la scienza, non con l’esperienza di indagine in prima persona.

Siamo all’interno di una diffusa incapacità, siamo perduti, non abbiamo punti di riferimento né valori a cui aggrapparci per rimanere saldi, nessuna certezza, nessuna capacità di pensiero fondamentale, relativismo assoluto, dove poggiarci in ultimo? su cosa fondare questo nostro transitare nel mondo?

Dov’è finita l’etica personale se non sappiamo su cosa fondare il nostro agire, se non sappiamo distinguere i valori e i principi fondamentali? Se l’uomo ha smesso di essere fedele alla sua natura, è rimasto un surrogato dell’uomo che non sa più chi è e in quali termini relazionarsi a sé stesso.

La filosofia prima ancora che indagine speculativa, è nata dalla necessità pratica di trovare corrispondenza tra il modo di vivere e i principi della riflessione e del pensiero personale. E’ nata quindi insieme ad un’esigenza etica ed estremamente pragmatica, una riflessione quindi radicata nell’esperienza in prima persona.

Questo approccio al problema esistenziale dell’uomo è ormai una chimera ed è doveroso allora chiedersi del futuro e del contributo possibile in tale senso. Che ne sarà dell’uomo nelle generazioni future? cosa possiamo fare per ricominciare a chiederci, ad essere capaci di farci queste domande se il contesto culturale in cui viviamo non le accoglie?

La risposta che sempre più mi convince è che è proprio nella creazione di una cultura la risposta, una cultura che accolga il fiorire delle domande filosofiche. Come si crea cultura? Educare a  “saper pensare” le generazioni future. A proposito un interessante articolo di Franco Bertossa sull’educazione.

Chi sono io?

L’esigenza di trovarsi, cosa vuol dire uomo?
Mi sembra che tutta la mia vita sia un vorticoso e inconsistente tentativo di trovare me stessa. Con trovare intendo la connaturata esigenza di dare un nome a ciò che sono, l’impacciato e forsennato tentativo di identificarmi con ciò che faccio pur di tranquillizzarmi, di collocarmi maldestramente in un qualche luogo che sappia di etichetta e categoria. Le etichette mi tranquillizzano, sono come le date di scadenza sui barattoli, sai entro quando puoi consumarli, sai che cosa sono e sai che sapore aspettarti prima e dopo l’apertura. Sono libretti di istruzione, ti danno tutte le coordinate necessarie su come comportarti, ti rendono le cose facili.

Questo meccanismo non sembra reggere però nei confronti del genere umano. Qui vige il caso e l’impossibilità di prevedere, anche solo per un’istante. Non ci sono indicazioni, certo sembrano esserci dei riferimenti: leggi e giurisdizioni approvate da filosofi e intellettuali nella storia della storia, dalle scritture religiose e in generale dalla cultura che inglobano il senso morale, il senso critico, canoni e valori. Ma che ne è del singolo, come opera nel quotidiano, cosa si chiede e in base a cosa decide? Come si spiegano le differenze tra gli individui? perché non ci comportiamo tutti allo stesso modo nonostante il tessuto comune? (passioni, facoltà, etc..)
Io di certo per agire non cerco sul manuale e non tento di ricordare le parole di quel critico o pensatore che ho tanto amato, semmai tento di radicarmi il più possibile nell’esperienza che sto vivendo, e qui si apre una grande questione sul significato stesso di VIVERE che richiederebbe speculazioni tanto grandi e raffinate da impiegare una sola vita. Ma restando nel tentativo di comprensione dell’esperienza, riconosco che il più grande fascino e al tempo stesso ostacolo, sia il velo di inconoscibile che si dà insieme ad essa e per la sua stessa natura, almeno la natura filosofica occidentale. In questa ambientazione, l’incedere sembra oscurarsi e lasciare senza coordinate da cui svolgere il cammino.

L’esigenza di una guida per indagarsi
Per questo io ho cercato un maestro e l’ho cercato in Oriente, là dove l’esperienza in prima persona è il luogo da cui partire, il focolaio da cui appiccare il falò. La cosa interessante è che sembra esserci una correlazione profonda tra colui che riconosco come guida e la voce interiore che sembra orientarmi nel mondo. In fondo riesco a vedere nell’altro solo ciò che intuisco in me stessa. Colui che ho scelto e che ogni volta scelgo come guida è colui che evidentemente si palesa vedere meglio e più di me e che possiede la straordinaria capacità di comunicare così chiaramente e inequivocabilmente dell’esperienza, che non mi lascia scelta e accade la resa, mi affido, sono disarmata. Il suo insegnamento è così chiaro che io stessa non sarei capace di dirmelo e non solo a parole: lo fa con lo sguardo, con la postura, il tono della voce, le movenze,  offrendomi continuamente la possibilità incarnata di verificare nell’adesso, ciò che io dentro di me sento e vivo ( al tal proposito il tema dell’educazione è fondamentale, leggi Franco Bertossa nel suo articolo sui principi fondamentali dell’educazione). Mai niente crederò e tantomeno a nessuno crederò se non a ciò che riconosco e per riconoscerlo il fatto dev’essere già accaduto in me, sentito, esperito, annusato e poi accaduto d’improvviso il riconoscimento: ad un fenomeno esperito viene associato chiaramente ed in maniera inequivocabile, un significato, una parola, un nome.

Educare al non so
Perché se rifletto davvero su ciò che mi convince, dev’essere per forza qualcosa che riguarda me da vicino. Se guardo bene mi sembra di essere sempre SEMPRE  in una condizione sospesa di “non so”in cui ogni istante ha il potere di stupirmi e abbacinarmi per la sua assurdità. In quei momenti io stessa sembro guardarmi dal di fuori e con occhi storditi e stupiti insieme strabuzzando commento silenziosa: “ma cosa ci faccio io qui?!!” chi diavolo sono? e questo da bambini è prassi comune, già dai tre anni il bambino può sorprendere il genitore con questo tipo di domande incandescenti, lasciandolo totalmente impreparato.

Ricordo momenti da piccola di un’intensità estrema, in cui le emozioni quali rabbia o paura insieme alla meraviglia, si esprimevano incontrollate e non trovavano un contesto culturale-educativo adatto ad accoglierle. Apparivano sotto forma  di delirio sotto lo sguardo dell’adulto un pò smarrito che non comprende l’origine di tale pathos, lo considera immotivato e lo reprime, addirittura punendo il bambino per la sua estrema lucidità (qui un interessante articolo sull’educare alla meraviglia di Franco Bertossa).
Il meravigliarsi del bambino porta con sé infatti una consapevolezza profonda sull’impossibilità di fare i conti col proprio essere al mondo e successivamente con l’incapacità e la frustrazione di spiegare in termini convincenti la propria esistenza.
Anche se mi piace pensare di poter prevedere avvenimenti e comportamenti, questo procedimento assomiglia più ad un “raccontarsela”. Le cose procedono per un inspiegabile miracolo dispiegandosi in ciò che poi leggiamo come la nostra storia, maledicendo, rinnegando, ringraziando a seconda di come tale miracolo “miracoleggi”. In questo puzzle io mi sento simile ad una una trasformista: oggi sono qualcuno domani qualcun altro, riesco ad afferrare una comprensione e poi mi ritrovo senza parole, proprio nel momento di massima lucidità. E ancora sembra che la verità stessa ricade nel mistero, che quella condizione sospesa di non so sia in realtà la condizione ottimale per iniziare la ricerca. Alla domanda “chi sono io?” come rispondere? così come è sfuggevole alla definizione ogni concetto riguardante l’umana natura.

E’ qualcosa di oscuro, che sembra incasellabile, eppure nell’esperienza in prima persona, tutti possiamo comprendere di esserne parte fino al punto di rottura, quel momento saliente in cui l’indagine intellettuale non può non risultare che insoddisfacente. Allora qui occorre ripensare ad una modalità funzionale di rispondersi che non può più fare appello solo al pensiero. Come procedere? (qui un interessante articolo di Franco Bertossa sulla filosofia e la meditazione)